La psicoterapia psicoanalitica dei pazienti con autismo

La psicoterapia psicoanalitica dei pazienti con autismo

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Il lavoro psicoterapico e psicoanalitico con i bambini e gli adolescenti che soffrono di un disturbo pervasivo dello sviluppo di tipo autistico ha trovato in questi ultimi anni molti detrattori ed oppositori.

Sulla base di considerazioni eziologiche di carattere biologico e genetico, molte famiglie, con il sostegno delle associazioni che si occupano di autismo, hanno avviato campagne promozionali contrarie al trattamento psicoanalitico dei loro bambini in un modo che a me appare eccessivo, e, a tratti, inutilmente fazioso. Io penso invece che il metodo terapeutico della psicoanalisi, per il suo rigore scientifico e per le qualità umane che lo caratterizzano, possa ancora dare un grande contributo alla psicologia infantile e alla comprensione dell’esperienza autistica e, soprattutto, della psicologia dei bambini e degli adolescenti che soffrono di autismo

 

L'intervento del dott. Roberto Bertolini Medico, Neurologo, Specialista in Psicoterapia Psicoanalitica con Bambini, Adolescenti, Genitori (Tavistock Clinic London)

 

Spesso chi attacca questo tipo di terapia sull'autismo ha in mente qualcosa che non esiste più nella pratica clinica, perché troppe e sconosciute sono le trasformazioni che esso ha subito negli ultimi cinquant’anni

Le critiche poi possono diventare ingenerose quando suggeriscono che il terapeuta psicoanalitico non si interessa di biologia e di genetica o non si interroga mai sulla efficacia terapeutica del suo lavoro. Nulla di più falso

Ecco cosa scrive a questo proposito A. Alvarez, responsabile insieme a Sue Reid del Gruppo di Ricerca sull’Autismo alla Clinica Tavistock di Londra, in un recente articolo Finding the wavelenght (2004, Int.J.of I.O.) : "La questione del trattamento psicoanalitico dei bambini con autismo è stata accompagnata da polemiche. Alcuni psicoanalisti e psicoterapeuti hanno loro stessi descritto il bisogno di cambiamenti tecnici con questi bambini" (Meltzer,1975, Tustin,1981, Alvarez,1992, Alvarez e Reid, 1999)

Gli impedimenti nella capacità di simbolizzazione, nel gioco e nel linguaggio rendono loro estremamente difficile una comprensione delle più ordinarie interpretazioni esplicative. Là dove la sintomatologia autistica è particolarmente severa e quando, non solo la consapevolezza del bambino dell’esistenza di altre persone, ma anche di se stesso, è troppo debole, i concetti di transfert e controtransfert possono apparire troppo avanzati: il transfert può sembrare inesistente e il controtransfert di frustrazione e disperazione nel terapeuta può ingenerare indifferenza

Eppure una osservazione attenta può incominciare a mostrare deboli o disturbati segnali di interazione che possono allora essere amplificati. Il punto di vista del Workshop sull’Autismo alla Clinica Tavistock è che, al di là dell’eziologia, un disturbo delle capacità di interazione sociale possa trarre beneficio da un trattamento che in se stesso funziona attraverso un processo di interazione sociale, purché esso tenga conto sia della natura e della severità della psicopatologia sia del livello particolare di sviluppo a cui il bambino sta funzionando

L’approccio terapeutico ha tre ramificazioni: si rivolge alla personalità del bambino, alla sintomatologia autistica ( disturbo o talvolta devianza), e alla parte intatta o preservata “non autistica” del bambino, non importa quanto ritardata in termini di sviluppo

La psicoterapia in questo modo è sostenuta da tre diverse prospettive, psicoanalitica, psicopatologica ed evolutiva dello sviluppo” (1999, Autism and Personality: findings from the Tavistock Autism Workshop)

E’ soprattutto nella dimensione interpretativa che il metodo terapeutico della psicoanalisi con i bambini é profondamente cambiato: la pretesa esplicativa dei sintomi dell'autismo (quella per capirci che cercava di spiegare i fenomeni clinici nei termini di una relazione di causa ed effetto e che in passato aveva portato alla teoria che i bambini autistici a causa della loro freddezza e ritiro nei rapporti personali fossero tout court i prodotti di mamme o papà frigoriferi) ha lasciato sempre più spazio all'osservazione attenta dei loro comportamenti e delle loro comunicazioni con l'obiettivo di costruire o riscoprire significati simbolici condivisi in grado di accenderli alla vita psichica. L'interesse per la psicopatologia ha lasciato il posto definitivamente alla preoccupazione per lo sviluppo

Il principale e più evidente sintomo di cui soffrono i bambini con un disturbo autistico è la difficoltà a costruire rapporti affettivi con le altre persone accompagnata o sostenuta spesso da una fragile consapevolezza di loro stessi come soggetti pensanti

I bambini con autismo si muovono nel mondo incapaci di avvicinarsi a qualcuno od essere avvicinati da qualcuno attraverso un’esperienza emotiva condivisa

Ciò non significa che essi non sentono, non esprimono emozioni, o sono indifferenti alle emozioni degli altri o che non dimostrano un attaccamento emotivo, ma piuttosto che hanno difficoltà a dare un senso alle emozioni degli altri, ad afferrare che le altre persone hanno una vita emotiva

Hanno una scarsa comprensione della psicologia di tutti i giorni rispetto alle motivazioni, alle aspettative, ai desideri che guidano i comportamenti delle persone, non capiscono cioè che le persone vogliono che succeda ciò che si aspettano possa avvenire, e la conseguente tristezza o gioia che ne possono derivare qualora le loro aspettative vadano deluse, oppure che esistono “aspettative o credenze irrealizzate o irrealizzabili”

In questo senso sono molto lontani anche dai bambini normali molto piccoli che già nei primi mesi di vita reagiscono all’espressione delle emozioni di chi si prende cura di loro e all’età di un anno incominciano ad apprezzare che gli altri provino emozioni per ciò che li circonda

Questa difficoltà ad accedere al significato emozionale e mentale dei comportamenti delle altre persone – che potremmo considerare l’equivalente della “causalità” che governa i rapporti fra le forze fisiche nel mondo degli oggetti- potrebbe esser alla base della loro inabilità a giocare “come se”

Il gioco dei bambini con autismo è infatti ripetitivo e stereotipato, contiene poca immaginazione, imitazione e finzione. I bambini con autismo sono in grado di fare un gioco di finzione ma solo ad un livello molto primitivo concreto ( la scatola può diventare un garage); non sono però in grado di immaginare stati mentali nel giocattolo (attribuire alla bambola una intenzionalità un desiderio) e quindi di proiettare dentro un altro da sé propri stati mentali, di “simulare” una psicologia complessa nell’altro. Il loro gioco non decolla, non spicca il volo nel mondo della fantasia, e se ciò avviene per qualche attimo poi segue subito lo stallo, e tutto precipita di nuovo nella ripetitività dei gesti e nel non senso

Questa inabilità ad utilizzare l’immaginazione per proiettare emozioni, fantasie, stati mentali, pensieri dentro un'altra persona o dentro un giocattolo non solo sta alla base della scarsità e concretezza dei loro giochi di finzione, delle limitazioni nella capacità di identificarsi con gli altri bambini ed i loro desideri, dello scarso valore che essi attribuiscono nel condividere sentimenti o pensieri con un’altra persona rispetto ad un oggetto terzo ( da piccoli non richiamano l’attenzione della madre o di chi si prende cura di loro verso qualcosa che li sta interessando, e non si dimostrano curiosi verso ciò che accende, interessa, o angoscia, un’altra persona), ma forse spiega anche la loro difficoltà e la lentezza nell’acquisire il linguaggio verbale, fino al mutismo, senza che ci siano deficit grammaticali o disartrie

Nei soggetti autistici il cui linguaggio verbale è sviluppato persistono comunque difficoltà con gli aspetti pragmatici e sociali del linguaggio, come una certa difficoltà ad avviare una conversazione, oppure ciò di cui parlano è ripetitivo

Le varie definizioni sintomatologiche, anche le più sofisticate come quelle legate alla recente scoperta dei "neuroni a specchio", che sembrano dare sostanza, neurologica, alla descrizione che ho appena presentato dei tre sintomi principali dell'autismo, la difficoltà ad avere rapporti emotivamente significativi, l'assenza quasi totale di gioco di finzione, e il ritardo nello sviluppo del linguaggio, come conseguenza di una inabilità del bambino a simulare lo stato mentale di un'altra persona, raccontano solo una parte dell'esperienza che il bambino autistico fa di se stesso e degli altri

Mette in luce solo ciò che é assente, ciò che manca nel suo sviluppo, nel suo modo di essere e di relazionarsi, rispetto ad un modello di normalità, tralasciando di cogliere la complessità di ciò che realmente prende corpo a livello "esperienziale" quando si sta con lui, vicino a lui per tante ore, mesi ed anni in una relazione che é personale, guidata solo dal desiderio di conoscerlo e aiutarlo a conoscersi. Immediatamente si capirà quanto il bambino con autismo sia molto più complesso delle definizioni sintomatologiche dell'autismo

Dietro un comportamento di apparente totale isolamento si possono cogliere esperienze profondamente diverse, momenti in cui il bambino é chiaramente lontano da noi, momenti in cui è contro di noi oppure é con noi. Il problema é di decidere qual'é la migliore condizione per poter accedere con l'osservazione a questi momenti esperienziali rispettandone la diversità

In questo senso la principale responsabilità della psicoanalisi infantile io credo sia quella di cercare un linguaggio che sappia descrivere in modo vero ciò che si osserva all'interno della relazione terapeutica con il bambino con autismo nel rispetto della sua complessità. Per esempio c'é una grande differenza fra il dire che la triade sintomatologica dell'autismo va ricondotta ad una inabilità a simulare gli stati mentali dell'altro e l'affermare che essa é l'espressione di una inabilità del soggetto ad avere pensieri di sogno sulla sua esperienza di vita

Simulare non é la stessa cosa del sognare, dell’immaginare che cosa pensa e sente l'altro. Sognare appartiene ad un livello della relazione fra le persone che é mentale e non semplicemente neurologico e soprattutto non è semplicemente espressione del Sé dell’individuo ma anche dei suoi Oggetti interni, cioè di tutto ciò che soprattutto nelle primissime relazioni di oggetto riesce ad introiettare

Dal blog del Centro Studi Martha Harris

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