La psicoterapia con un’adolescente. Il quartiere come spazio terapeutico

La psicoterapia con un’adolescente. Il quartiere come spazio terapeutico

Sono gli anni in cui è necessario essere

 qualcuno di fronte a se stessi e tuttavia

si è ancora troppo incompiuti per essere veramente qualcuno

(R. Musil, I turbamenti del giovane Törless)

Da un punto di vista della tecnica psicoterapica, il lavoro con gli adolescenti prevede una serie di ‘aggiustamenti importanti’, come quello ad esempio di poterli incontrare ed accogliere nel ‘luogo’ e nel ‘come’ sia loro più confacente, di consentirgli di sentire, nel loro continuo entrare e uscire dalla terapia, che la porta è sempre aperta, così da aiutarli a regolare autonomamente i flussi dei loro bisogni e i gradienti di autonomia e dipendenza.

A proposito della psicoterapia con gli adolescenti Meltzer afferma: “la correlazione fiduciaria tra medico e paziente diventa il fondamento per l’intesa delle due menti, perché è la raggiunta fiducia che permette all’adolescente di esprimersi liberamente“.

Un clima di confidenzialità è necessario nel lavoro con gli adolescenti, per consentire loro di aprirsi alla verità e un clima di autentico interesse alla conoscenza e di fiducia che diventa desiderio di capire e di capirsi, di entrare in contatto con la propria vita emozionale e fantasmatica. Per questo, l’interpretazione in senso classico non sempre si addice al lavoro psicoterapeutico con gli adolescenti che invece si avvantaggiano di una costante descrizione o lavoro a specchio delle parti problematiche e funzionanti di sé. L’adolescente potrà in tal modo essere aiutato nell’accedere ad una migliore comprensione di sé e dei suoi processi interni, ad accettare la presenza del dubbio e dell'ambivalenza nel pensiero, ma difficilmente si può ottenere questo se non immergendosi completamente insieme a lui nelle aree più confuse della sua mente.

Per raggiungere questa capacità di ascolto e di intervento è necessaria un’ opportuna formazione, non solo teorica e tecnica, ma soprattutto centrata sull'analisi personale del futuro terapeuta che consente di creare uno spazio mentale sufficientemente ampio per contenere il bagaglio teorico, senza esserne mai completamente saturato, lasciando così aperta la possibilità di accogliere, tollerare e quindi comprendere il nuovo, l'altro, il paziente.

Dalla parte del paziente adolescente, invece, le turbolenze emotive e gli assestamenti strutturali che si verificano durante l’adolescenza rendono difficoltoso lo stabilirsi del confine tra “normalità” e “patologia”. Nel periodo adolescenziale, infatti, il doloroso processo di disinvestimento dagli oggetti d’amore infantili e da alcuni aspetti di sé induce a una continua intermittenza di stati luttuosi, a volte camuffati da difese anti-depressive. La stessa forma depressiva può, ad esempio, rappresentare l’esasperazione di aspetti della normale crisi adolescenziale oppure l’evoluzione di una problematica antecedente. Generalmente lo stato di isolamento, di inibizione, gli agiti impulsivi o autolesivi, inducono quasi sempre a uno stato di vigilanza e preoccupazione.

La psicologia negli adolescenti. Il rapporto di confidenza e fiducia nel luogo più adatto per la psicoterapia. La storia di Paola

La storia che riporto narra di Paola, una giovanissima adolescente che viene inviata a me per un aiuto psicologico. Nel rispetto della privacy nomi e riferimenti a situazioni, luoghi e circostanze è solo frutto della mia fantasia.

Paola ha compiuto da poco 15 anni e vive in una casa famiglia per adolescenti. La responsabile della struttura, preoccupata per la sua condizione mi chiede di incontrarla ed eventualmente di fornirle un sostegno psicologico.

Paola mi viene descritta come una ragazza difficile, rabbiosa, sola a parte i fratelli poco più piccoli di lei che però vivono in strutture di accoglienza diverse dalla sua. Li incontra regolarmente ma gli incontri con i fratelli sono spesso turbolenti, così come turbolento e burrascoso è il suo rapporto con gli operatori della casa famiglia in cui vive e a volte con i coetanei.

Per Paola, entrata in pieno nell’adolescenza, gli adulti appaiono come i gestori di una struttura di potere e di controllo, gli appartenenti ad una classe privilegiata e tirannica che opprime il mondo intero, come un'organizzazione aristocratica che tenta di conservare il proprio potere assoluto e prevaricatore (Meltzer, 1978). Ma nel corso dei colloqui emerge anche la sua fame infinita di legami con cui però non può venire a patti perché è come se stesse a rovistare nella dispensa in un disordine tale che le cose non possono essere prese.

Al primo incontro arriva con 10 minuti di anticipo accompagnata dall’assistente sociale della casa famiglia in cui vive che chiama “the big mother”. Mi colpisce il suo modo di suonare ripetutamente il campanello, mentre vado ad aprire la porta penso che sia una ragazza che si fa sentire.

È molto bella, alta, bruna, con un bel paio di occhi verdi. Si mostra forte, decisa e sicura di sé, provoca, sfida e mette alla prova. Si descrive come una ragazza che si impone, che non riesce a trattenersi dal dire le cose che pensa, sia con gli insegnanti sia con gli educatori che con i compagni, “voglio sempre avere l’ultima parola”, mi spiega.

Spesso durante gli incontri racconta di liti violente e furiose con le compagne di stanza o di serate in discoteca o fuori città con gli amici, ingigantendo le storie fino all’inverosimile per poi contraddirsi un momento dopo…

Così le “bugie” diventano per Paola un modo per dare voce ai propri desideri, uno spazio privilegiato in cui sentire e fare esperienza di sé, dando avvio all’edificazione di un romanzo personale, una messa in scena dell’eterno quesito: “chi sono?”.

In questo periodo evolutivo, le tensioni, le ansie, le depressioni connesse ai momenti regressivi, al riemergere delle conflittualità infantili, al lutto per il disinvestimento di oggetti interni ed esterni e di parti del sé, tendono a confluire in quesiti fondamentali che hanno per oggetto i vissuti del sé e dell’identità personale. 

Inizia a interessarsi ai ragazzi, le prime cotte e i primi amori, M, L, T, in un misto di pudore e di curiosità. Sentirsi in questa nuova dimensione le dà consistenza, connotati identitari. L’idea di avere una sua famiglia sembra per lei un’operazione che risolve una mancanza, un evento a-storico che nega e annulla la vita passata.

Il luogo, la confidenza e la fiducia nel rapporto psicoterapico con l'adolescente

Dopo la valutazione le propongo, in accordo con la responsabile della casa famiglia, di incontrarci regolarmente per cominciare un percorso di psicoterapia. Paola accetta senza esitazioni ma alle sedute arriva “per caso”, in ritardo o citofona ma non sale. Si nutre della terapia “a piccole dosi” così come “dosati” devono essere gli interventi nell’attesa e per favorire quel clima di fiducia e di confidenzialità che lentamente si andava costituendo.

Un clima di confidenzialità necessario nel lavoro con gli adolescenti per consentire loro di aprirsi alla verità e un clima di autentico interesse alla conoscenza che diventa desiderio di capire e di capirsi, di entrare in contatto con la propria vita emozionale e fantasmatica.

Con l’irrompere delle belle giornate, Paola mi chiede talvolta di scendere per parlare giù o di parlare passeggiando. Mentre mi sperimento come “terapeuta su strada” mi faccio forte del fatto che “se il setting è rispettato nella mente del terapeuta lo è anche se è cambiato”.

Paola mi propone in quei giorni di utilizzare “il quartiere come spazio terapeutico”, non mi distoglie dal pensare ma mi porta in modo molto concreto – come concreto è il suo pensiero – nel suo mondo, fatto da T, L, M, il bar, quel mondo di cui nelle sedute precedenti mi aveva parlato; e passeggiando è stato possibile contattare il suo dolore, dare ascolto alle parti dolenti di sé legate al suo passato, agli abbandoni subiti, alla sua rabbia esplosiva nei confronti dei suoi genitori, in particolare della madre che l’ha abbandonata, dilaniata in un confitto tra amore e odio, tra bisogno di protezione e di attaccamento e desiderio di libertà.

Il diario di Paola è pieno di foto di neonati, così come il suo smartphone, sono i figli delle sue educatrici… Trova i bambini piccoli “teneri”, fa apprezzamenti sul piccolo paziente prima di lei che incrocia quando arriva in seduta, ma alla sua domanda “com’ero da piccola?” non trova una risposta, dei suoi primi anni di vita non c’è più nessuna traccia, nessuna foto.

L’entrare nel tempo consentendo che il presente sia fatto del continuo dialogo tra ciò che si è stati e la spinta ad essere altro, pur rimanendo se stessi, connota il passaggio dalla prima adolescenza alla pienezza di questo snodo della vita.

Ma per Paola questo processo è molto più complicato. In lei tutto è frammentato, l’unico elemento di continuità come identitario è la rabbia, il suo essere forte, il resto sembra nuovo.

Se per certi versi le ansie, le difficoltà, i conflitti, gli interrogativi che Paola portava in seduta di volta in volta erano riconducibili e ascrivibili alla condizione adolescenziale, quale periodo di grandi turbolenze e cambiamenti, tuttavia c’erano in lei degli aspetti specifici che rendevano il quadro più complesso; aspetti che riportavano ad una dimensione più primitiva e arcaica.

In una fase della vita in cui niente può essere dato per scontato, Paola si trovava a dover fare i conti con il suo passato, la sua nascita, l’abbandono che l’aveva segnata e che le faceva credere che la sua esistenza quasi non fosse stata degna.

Lavorare con Paola ha voluto dire avere a che fare con ferite ancora aperte, con una mancanza di cicatrizzazione con cui bisognava fare i conti e, come sottolinea M. Rustin (1994), con questo tipo di pazienti il lavoro con la famiglia sostitutiva (la casa famiglia – responsabile e assistente sociale) è stato un correlato essenziale della terapia.

La psicoterapia ha aiutato Paola a potersi raccontare, a fare i conti con le emozioni dolorose che hanno contrassegnato la sua vita sin da piccola, a fare pace con se stessa e con il suo passato, per cominciare piano piano a creare una nuova storia.

Bibliografia

Anderson R. (1998), Violenza, suicidio e la loro relazione in adolescenza, in Adamo S.M.G. e Polacco Williams G (a cura di), Il lavoro con adolescenti difficili, Idelson-Gnocchi.

Armando B. Ferrari (1994), Adolescenza la seconda sfida, Borla.

Meltzer, D. (1978), Teoria psicoanalitica dell'adolescenza, in Quaderni di psicoterapia infantile, 1, Borla, Roma.

Meltzer, D. (1992), Claustrum, Raffaello Cortina Editore.

Rustin M. (1994), Le conseguenze di una disgregazione familiare, in Alvarez A., Copley B., Magagna J., Miller L., Reid S., Rustin M., Waddell M., Williams Polacco G., Un buon incontro. La valutazione secondo il modello Tavisctock, Astrolabio.

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