Alcune considerazioni sulla teoria e sulla pratica della psicoterapia psicoanalitica

Alcune considerazioni sulla teoria e sulla pratica della psicoterapia psicoanalitica

Mi è capitato a volte, con adolescenti o bambini più sani e dotati alle soglie dell’adolescenza, di dover accogliere la richiesta implicita o esplicita di essere lasciati liberi di trovare da sé le risposte al loro disagio, anche a costo di abbandoni o di conclusioni premature della psicoterapia intrapresa con loro; mi sono chiesta se talvolta non ci sia in noi psicoterapeuti una sorta di accanimento "psicoanalitico" o di estremo perfezionismo, o se in alcuni casi non sia, invece, necessario permettere ai nostri pazienti di esprimere la loro genuina individualità, nel rispetto dei loro tempi, del loro orgoglio o della loro volontà di trovare da sé la strada giusta per cimentarsi nelle nuove relazioni e nelle nuove  realtà in cui decidono di avventurarsi. Credo che, a meno che non ci siano reali motivi di pericolo, questi tentativi vadano rispettati. In altri casi invece, la richiesta di interrompere precocemente il percorso di esplorazione del loro funzionamento mentale, delle esperienze di vita, di quelle infantili, della qualità delle loro relazioni interne ed esterne, potrebbe essere un modo per non affrontare il dolore mentale che accompagna la psicoterapia, per mantenere l'equilibrio psichico ed evitare qualsiasi cambiamento per timore che da questo ne derivi una sofferenza maggiore. 

La prima attività che dà vita all’accendersi del mentale, descrive Bion (1962, 1967), è data dalla evacuazione massiccia degli stati protosensoriali e protoemotivi da parte del bambino. Queste evacuazioni, se sono sufficientemente raccolte, accolte e trasformate da una mente che le assorbe e le metabolizza (la funzione α), vengono man mano trasformate in pittogrammi dotati di senso (elementi α). La mente di chi opera questa trasformazione non solo trasforma il caos protosensoriale e protoemotivo in figurazioni emotive dotate di senso, ma nel continuo ripetersi di questa operazione trasmette anche il metodo per farlo (funzione α) e consente il differenziarsi di un contenitore da un contenuto, di uno spazio esterno da uno interno.

Bion suggerisce che il meccanismo dell’identificazione proiettiva costituisce un modo molto primitivo per comunicare un’esperienza a qualcuno a un livello profondo, egli ritiene che questo meccanismo sia legato a un processo fondamentale nello sviluppo normale e paragona il ‘contenimento’ e la ‘trasformazione’ di sentimenti e pensieri del paziente da parte dell’analista alle comunicazioni pre-verbali, primitive ma estremamente intense, che hanno luogo nella relazione tra madre e bambino. 

Scopo della psicoterapia psicoanalitica infantile è lo sviluppo di quegli strumenti che servono per pensare e contenere le emozioni e i pensieri

Seguendo Bion, scopo dell’analisi è non solo e non tanto la ricostruzione dei contenuti, quanto piuttosto lo sviluppo di quegli strumenti che servono per pensare e contenere le emozioni e i pensieri, lo sviluppo quindi della capacità di trasformare sensorialità e protoemozioni in immagini e lo sviluppo della capacità di contenerle.

Tranfert e controtransfert

Il concetto di identificazione proiettiva, introdotto da Melanine Klein nelle sue “Note su alcuni meccanismi schizoidi” (1946), è stato ripreso e accolto da psicoanalisti anche di diversi orientamenti teorici e ha generato importanti contributi sia per la teoria che per la pratica clinica, ampliando la comprensione e i vari usi del controtransfert, un campo di indagine che la stessa Klein non aveva approfondito.

Con Bion, anche altri Autori post kleiniani, quali Segal, Rosenfeld e Joseph si sono particolarmente impegnati nell’esplorare l’uso in terapia di questo concetto. Ciascuno di essi, nonostante le differenze, ha scelto un approccio all’interno del quale viene prestata la più viva attenzione non soltanto ai contenuti verbali delle comunicazioni dei pazienti, ma anche all’uso che essi fanno delle parole per produrre azioni che esercitano un loro effetto sullo stato mentale dell’analista. 

Mi riferisco in particolare ai contributi di B. Joseph (1989) e ai concetti di “equilibrio e cambiamento psichico” da lei elaborati per descrivere quei pazienti che definisce come  “difficili da raggiungere”, tenacemente impegnati a mantenere il loro equilibrio psichico e ad evitare qualsiasi cambiamento per timore che da questo ne derivi una sofferenza maggiore. 

B. Joseph sottolinea come con questi pazienti pressoché irraggiungibili ma anche, a mio avviso, con quelli più facilmente raggiungibili le interpretazioni più idonee a favorire un cambiamento sono quelle ancorate nel transfert e nel controtransfert, cioè nel rapporto analitico quale è vissuto da paziente e analista.  L’Autrice suggerisce quanto sia spesso più importante prestare l’attenzione sulla modalità comunicativa del paziente, sul modo in cui di fatto parla e sul modo in cui reagisce alle nostre interpretazioni, piuttosto che concentrarsi fondamentalmente sul contenuto delle sue parole (o del gioco o del disegno, nel caso di bambini) e restare ancorati al materiale verbale della seduta.

Condivido quanto scrive l’Autrice: “Gran parte della nostra comprensione del transfert deriva dalla comprensione di come i nostri pazienti (adulti, bambini o adolescenti), per svariati motivi, agiscono su di noi facendoci sentire delle cose; di come essi cerchino di attrarci all’interno dei loro sistemi difensivi; di come agiscono inconsciamente con noi nel transfert tentando di indurci ad agire con loro; di come trasmettono aspetti del loro mondo interno costruito fin dalla primissima infanzia – elaborato nella seconda infanzia e nella vita adulta – esperienze che sovente sono inaccessibili all’uso delle parole e che spesso possiamo cogliere soltanto attraverso le emozioni suscitate in noi, attraverso il nostro controtransfert (p.190)”.

Attenzione e interpretazione

Procedendo un po’ per libere associazioni, questo riporta ancora una volta a Bion e al concetto di “opacità della memoria e del desiderio” da lui elaborato in “Attenzione e interpretazione” (1970), per sottolineare come spesso nel lavoro terapeutico aggrapparsi a convinzioni e riempire la nostra mente con ragionamenti e ipotesi teoriche prefissate, può limitarci nella possibilità di raggiungere emotivamente e liberamente le persone che ci proponiamo di aiutare. 

Scrive Bion: “Più l’analista diventa esperto nell’esclusione della memoria, del desiderio e della comprensione dalla propria attività mentale, più è verosimile che egli, almeno nei primi stadi, sperimenti emozioni dolorose solitamente escluse o schermate dall’apparato convenzionale di registrazione della seduta costituito dalle teorie psicoanalitiche che, a loro volta, sono spesso desideri camuffati, o negazioni di ignoranza, e ‘comprensione’ ” (pag.69). 

Da qui deriva, a mio avviso, l’importanza nel processo psicoanalitico dell’osservazione, della capacità di restare e perseverare nel dubbio e nell’incertezza, senza dover necessariamente affannarsi alla ricerca di fatti e ragioni. In questo senso penso che l’incontro e la relazione col paziente, sia nell’ambito della psicoterapia che in quello di una consultazione, non necessitano solo di competenza tecnica e metodologica, ma anche di una certa disponibilità emotiva, del coraggio e della forza di lasciarsi portare in territori incerti, sconosciuti e dolorosi.

L’incontro con un bambino

Nel suo libro “Raccontami una storia”, Dina Vallino (1999) intende per incontro «un evento di relazione tra due persone che coinvolge direttamente il mondo interno di entrambe e perciò emozioni, affetti, dolori e tutto quanto può riferirsi alla realtà del mondo interno e può venire pensato e ricevere un significato. L’incontro con un bambino, con lo scopo della consultazione, condiviso dai genitori e dal terapeuta, prevede che questo evento relazionale abbia luogo in un assetto stabilito e cioè in un luogo e in un tempo definito» (p.133). Ciò porta naturalmente ad essere orientati sul suo mondo interno e sul suo modo di mettersi in relazione con noi e con i genitori se sono presenti. 

L’esperienza dell’analisi personale, obbligatoria durante il training dei futuri psicoterapeuti psicoanalitici, consente di potere accogliere con maggiore sensibilità tanto il transfert positivo quanto quello negativo, quell’atteggiamento di estrema difesa e di ostilità che spesso anche i bambini mettono in atto contro la terapia e contro il loro stesso desiderio di conoscere.

Non sempre il dolore mentale che accompagna la terapia può essere tollerato e l’individuo può attrezzarsi per non affrontarlo mai e mettere così a tacere il proprio “bisogno di sapere”.

A tal proposito Bion (1967) descrive il modo di utilizzare da parte dei pazienti schizofrenici gli organi di senso al contrario, per evacuare anziché per mettere dentro, proprio come se tra funzioni mentali e funzioni intestinali non vi fosse differenza. La metafora dell’apparato digerente per descrivere il funzionamento psichico ha trovato in Bion un approfondimento che oggi ci consente una migliore comprensione della gestione del dolore mentale, che prende anche in considerazione il fatto che il paziente non riesca ad approdare ad una gestione della sofferenza tale che gli consente di restare in contatto con la realtà esterna e psichica senza odiarla o evacuarla, e dunque di accedere ai processi di apprendimento.

Nel lavoro con bambini più gravi Anne Alvarez (1992) sottolinea l’utilità, da un punto di vista della tecnica, di descrivere l’esperienza che supponiamo stiano facendo senza forzare la costruzione di un “legame”, di un senso, con interpretazioni esplicative che per essere comprese richiedono “una qualche capacità di pensare due pensieri in modo abbastanza completo, una certa capacità di tollerare angoscia e dolore, un certo sviluppo dell’Io e della capacità simbolica” (pag. 4).

A. Alvarez invita in questi casi a non rivolgersi direttamente al bambino con il “tu”, a non attribuirgli direttamente alcuna esperienza mentale, ma limitarsi a raccontare in generale dei rapporti di causa ed effetto che intercorrono tra le azioni umane e gli eventi della realtà; scrive: “ E’ sconvolgente quando potrebbe collocare il sentimento a qualche distanza. Poi il paziente può scegliere se lasciare che quella sia la sua esperienza, che appartiene a lui, o no. Il nominare e descrivere l’esperienza io credo che debba avere priorità sul collocarla. Questo è importante per i pazienti psicotici che emergono da stati di grave dissociazione e che hanno bisogno semplicemente di identificare bene uno stato emozionale prima di essere in grado di riconoscerlo come appartenente a loro; è inoltre importante con alcuni pazienti traumatizzati e deprivati che hanno una scarsa strutturazione emotiva del loro inconscio o anche dei processi primari” (pag.4).

Sulla base della mia esperienza, credo che questo modo di comunicare ai nostri pazienti  i nostri pensieri su di loro può essere utile anche con bambini e adolescenti il cui rapporto con la realtà non è così gravemente compromesso, o anche nel corso delle valutazioni o agli inizi di una psicoterapia. Può essere un modo per rispettare i loro tempi, la loro sensibilità e vulnerabilità, così come può essere un modo per sondare l’interesse e la disponibilità ad accogliere un percorso di esplorazione del loro funzionamento mentale, delle esperienze di vita, della qualità delle loro relazioni interne ed esterne.

Bibliografia

Anne Alvarez (2000), Livelli di lavoro analitico e livelli di patologia.

Bion W. (1962), Apprendere dall’esperienza, Roma, Armando Editore, 2003

Bion W. (1967), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Roma, Armando Editore, 2002.

Bion W. (1970),  Attenzione e interpretazione , Roma, Armando Editore, 2002, pag.69.

Joseph  B. (1989 ), Equilibrio e cambiamento psichico, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991

Klein M. (1946), Note su alcuni meccanismi schizoidi, trad. it. in Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino, 2001.

Klein M. (1932) La tecnica dell’analisi nel periodo di latenza, trad. it. in La Psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze, 1988.

Vallino D.  (1999),  Raccontami una storia, Roma, Edizioni Borla, pag. 133

Winnicott D. (1949),  L’odio nel controtransfert  trd. it. in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, 1975.

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